qualche tempo fa, girovagando sulla rete mi sono imbattuto in un articolo del Maestro Balzarro riguardante le MMA e il karate pionieristico dei primi anni in Italia.
per chi non conoscesse il maestro, parliamo di uno dei più forti kumiteka degli albori, allievo diretto del maestro Shirai, vincitore di competizioni internazionali, con quasi 50 anni di esperienza alle spalle.
Per i karateka non ha bisogno di presentazioni.
bene, da questo suo articolo ne è nato un piccolo scambio di messaggi tra il sottoscritto e il maestro (persona gentilissima e disponibile) che ora vado a sottoporre all'attenzione di tutti.
io credo che ciò che il maestro afferma debba far riflettere molto tutto un movimento...soprattutto alcune cose dette da qualcuno al di sopra di ogni sospetto...
prima di postare la "conversazione" che spezzerò in vari post aggiungo questo: la conversazione è già pubblica e qualcuno magari ha già avuto modo di leggerla in rete e su facebook.
ho aspettato a pubblicarla perchè era un momento dove si insisteva sul "ciberbullismo" e non mi andava di usare questo bello scambio come una sorta di arma...
ora basta ecco l'articolo e ciò che ne segue....enjoy

MMA....ECCO IL VERO KARATE di Nando Balzarro
No, no! Aspettate un attimo! Non chiamate l’ambulanza… malgrado il titolo folle, non sono ancora impazzito. Concedetemi solo il tempo di spiegare. E’ chiaro che sto utilizzando un paradosso ma, come accade ad ogni paradosso, un briciolo di verità la possiamo riscontrare.
Ultimamente ho seguito con estrema attenzione i video di numerosi incontri di questi atleti e atlete da ring, anzi da ring “ingabbiati” (simbolicamente più adatti alla drammatizzazione dello “spettacolo”). Con buone probabilità visti dal vivo – assieme al rumore sordo delle percosse portate su tutto il corpo, e il sangue che scorre sui volti tumefatti- l’effetto emotivo sarebbe assai più impressionante, anche se è vero che il pubblico che letteralmente affolla i palazzetti sappiamo bene che, come ai tempi dei gladiatori, tuttora viene attratto dalla violenza, dal sangue e dagli spettacolari KO. I protagonisti di questo sport, sono fisicamente preparatissimi, la scherma di braccia è al novanta per cento pugilistica, quella di gambe si rifà al Karate, alla Kickboxing, alla Thai e, più sporadicamente anche al Kung Fu, mentre la lotta a terra comprende immobilizzazioni e leve tipiche del Judo, della Lotta libera e greco-romana.
Dal punto di vista tecnico ho potuto osservare cose pregiate, tant’è che viene il sospetto che alle spalle di questi duri combattenti (peraltro pagatissimi) si muovano fior fiore di preparatori atletici e veri esperti di arti marziali (più massaggiatori e psicologi). A questo punto starete chiedendovi cosa c’entra tutto questo col karate. Non l’ho mai fatto e mi pesa ora doverlo fare. Alludo al ritorno al passato col sottinteso motto “ai miei tempi sì, ora no”. Ripeto, mi costa ricorrere a tale metodo, ma il senso di ciò che intendo sostenere si concentra proprio in quel periodo “storico”. Siamo nel 1965 (anno dell’arrivo in Italia del ventottenne M° Iroshi Shirai). Assieme a pochi compagni provenienti da Genova e Bologna, iniziò a Milano (città di residenza del Maestro) la mia, peraltro mai più interrotta, avventura chiamata Karate. Be’, convoco quali testimoni di quanto sto per raccontarvi, personaggi (a molti di voi noti) quali Roberto Fassi, Nino Tamaccaro, Ennio Falsoni, Enzo Montanari di Milano, quindi Luciano Parisi e Rodolfo Ottaggio di Genova, più naturalmente Giuseppe Perlati e Bruno Baleotti di Bologna. Tralasciamo pure di parlare delle gare (durante le quali comunque, malgrado l’obbligo del “controllo”, ho visto saltare come fossero di burro tibie e radio, spappolare nasi e cadere denti, più veri e propri ko con necessaria pronta rianimazione) per meglio sostenere la tesi del titolo, mi serve riportare quello che succedeva nei “normali” allenamenti di palestra. Sulla loro durezza si è già raccontato fin troppo, a volte anche lasciandosi andare ad un po’ di esagerazione.
Cercherò invece di non cadere nell’enfasi quando ricorderò i combattimenti ingaggiati nel “segreto” del piccolo Dojo del Maestro a Milano. Il così detto controllo lasciava talmente a desiderare che il ko era pittosto frequente, sopratutto sotto i colpi di gamba. Le spazzate erano inferte a contatto pieno contro le tibie, dietro il ginocchio nella zona poplitea, sulle cosce, a livello dei malleoli. Proiezioni senza trattenute e relative schienate o testate sul tatami in legno. Non di rado il combattimento continuava a terra con l’utilizzo di colpi di gomito, i pugni sul viso e al corpo erano inferti sempre a contatto diciamo semipieno. Sui relativi danni- parlando dei miei personali che ovviamente ben rammento- posso dirvi che la la tibia destra (essendo mancino combattevo principalmente in guardia destra) talmente provata dalle continue spazzate che, oltre ad essere diventata una specie di grattugia, alla fine della “carriera”, per anni, non poteva più essere sfiorata neppure con un dito, per non parlare del muscolo tibiale perennemente gonfio e tumefatto. Il naso tuttora riporta gli evidenti segni di una brutta frattura. Ho subito un certo numero di ko, uno dei quali particolarmente grave e, ripeto, tutto ciò non accadeva sopra un ring con in palio munifiche “borse” o ricchi ingaggi, bensì al chiuso non metaforico, (tutto avveniva a porte chiuse) delle palestre.
Ebbene, dopo tutti questi bei discorsi, nonché nostalgiche” memorie”, vi starete di nuovo chiedendo dove voglio arrivare. So già che mi tirerò addosso tante di quelle critiche (sia dal mondo del Karate, sia da quello delle MMA) da seppellirmi vivo, e quindi ridurmi al silenzio per i prossimi mesi. Ne sono consapevole ma procedo ugualmente. Ecco: il karate era quello. Il karate, inteso originalmente come combattimento per la sopravvivenza, era quello. Il tipo di allenamento, di preparazione psico-fisica, l’uso quotidiano del Makiwara, era finalizzato all’ancestrale idea della sopravvivenza. Attenzione! Non sto per nulla affermando che fosse né meglio, né peggio dell’attuale, semplicemente sostengo che chiunque a quei tempi decidesse di iscriversi ad un corso di karate, sapeva (e se non lo sapeva ben presto lo imparava) di aver scelto una disciplina dura, ad alto tasso di pericolosità, e fortemente selettiva. Sapeva in pratica di aver fatto una scelta difficile, straordinaria, fuori dal comune e a forte rischio della propria incolumità fisica (a volte anche psicologico). Direi la medesima consapevolezza che oggi dovrebbe avere in testa il giovane che sceglie di frequentare una scuola di MMA. Con tutte le dovute e salienti differenze (sappiamo che il karate persegue anche tutta una serie di valori etici e spirituali ispirati al Budo giapponese), dal punto di vista tecnico, fisico, e motivazionale, la distanza fra le due discipline (l’MMA di oggi riferita appunto al karate di allora) è assai contenuta. Da questo azzardato ragionamento, finalmente si spiega il perché del “titolo” paradossale che ho voluto dare a questo articolo. Come già detto, se non mi credete, mi appello ai testimoni sopra citati. Ed ora amici miei, scatenatevi pure.